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“Distruggerai un grande impero”. Così la Pizia a Creso, Re di Lidia, con esametri di straordinaria bellezza. Distruggere l’Europa per riportare l’Italia ad una fantomatica grandezza perduta. Make Italia great again, insomma. Questa sembrava essere la missione del governo giallo-verde, formatosi dopo molte e faticose settimane, già qualche mese fa. Sei, abbastanza per tirare le somme, sopratutto perché in questi giorni dovrebbe essere finalmente approvato, al Senato, la legge di bilancio per l’anno 2018/2019. Abbastanza per chiedersi se la strategia del governo nello scontro con Bruxelles per mantenere il deficit della manovra al 2,4 per cento abbia prodotto almeno i risultati sperati dai due principali interpreti della maggioranza e dal loro mediatore, Giuseppe Conte, “Avvocato degli Italiani”.

Certo sarebbe forse stato più utile portare avanti battaglie politiche quali le riforme delle istituzioni europee, il suo potenziamento in termine di maggiori poteri, sopratutto in materie a naturale connotazione transnazionale, come la promozione di una transizione ecologica solidale (a Katowice l’Unione Europea appare, per la prima volta dagli anni settanta, piuttosto timida sulle questioni ecologiche). Quella per il riassetto degli obiettivi strategici, per una maggiore solidarietà tra Stati e persone, per la proroga del quantitative easing, l’avviamento di partnership economiche con alcuni paesi africani e, anche, per una maggiore flessibilità della sfera pubblica. Puntando su temi capaci anche persino, forse, di aggregare attorno a un’Italia sempre più isolata il consenso di alcuni degli altri stati europei. Sempre all’interno di una dimensione, quella continentale, che è la sola all’interno della quale è possibile perseguire politiche globali, e quindi incisive.

Così non è stato. Il Governo italiano ha scelto, legittimamente, di puntare tutto sul mantenimento del deficit al 2,4 per cento, per “non cambiare la manovra di una virgola”, giocandosi su questo buona parte della propria credibilità. Una scelta azzardata, forse sbagliata, ma per certi versi persino comprensibile, almeno da un punto di vista strettamente politico. Ebbene alla fine il governo cede, il rapporto deficit-pil scende dal 2,4 al 2,04 per cento, passando da venti a quindici miliardi, eppure, nonostante una differenza di oltre cinque miliardi sulle risorse stanziate, la manovra resta sostanzialmente invariata nei contenuti. La flat tax, già mini, viene ulteriormente ridimensionata. Vengono rinnovati, per fortuna, il bonus per la riqualificazione energetica e quello per le ristrutturazioni.

Il fondo per le Università cresce di 40 milioni- troppo pochi- e la deduzione dell’IMU sui capannoni diminuisce, passando dal quaranta al venti per cento.

A pesare più di tutto nella manovra rimangono, appunto, pensioni (4,7 miliardi), reddito di cittadinanza (7,1 miliardi) e, sopratutto, disattivazione dell’aumento dell’IVA (12,4 miliardi). Quest’ultima non è l’eredità dei governi precedenti, ma un fenomeno fisiologico con cui fare i conti. Le previsioni sulla crescita passano dall’1,5 all’1 per cento, e le risorse, al netto del deficit, continuano ad essere rappresentate da nuove tasse su giochi, tabacchi, banche e assicurazioni, dalla lotta all’evasione e dai tagli a ministeri e centri per l’immigrazione.

Alcune misure sollevano addirittura qualche dubbio di opportunità, come l’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado e l’aumento dell’importo al di sotto del quale le stazioni appaltanti possono assegnare contratti pubblici senza l’espletamento di una procedura di gara, che passa da 40.000 a 200.000 euro; il che non è di per sé un male, oppure in contrasto con i principi del diritto nazionale e comunitario, ma rischioso, sì, sopratutto in mancanza di una riforma dei controlli amministrativi in senso di potenziamento della loro efficienza.

Quota cento e reddito di cittadinanza, dunque, nei secoli fedele. I soldi messi in campo sono molti di meno, ma la manovra non cambia. Il governo fa giusto il possibile per evitare una procedura d’infrazione che costerebbe all’Italia altri miliardi oltre a quelli già perduti nei mesi di spread sopra quota trecento, troppi. Ma perde l’occasione per aggiungere elementi di programmaticità ad una manovra basata essenzialmente su due pilastri, l’uno, quota cento, che ha il solo effetto di mandare in pensione anticipatamente lavoratori già occupati, senza che ciò debba necessariamente liberare posti di lavoro in entrata- il mercato del lavoro non è perfettamente fungibile- e con possibili effetti di carenza di personale nel pubblico impiego, soprattutto nel breve periodo. L’altro, il reddito di cittadinanza, ulteriormente ridimensionato, non potrebbe essere stanziato all’intera platea degli aventi diritto, qualora questi ne facciano richiesta. Il governo punta, perciò, sull’effetto rinuncia. Sarà veramente così? Per sapere questo ed altro bisognerà aspettare almeno Marzo del 2019, quando il Parlamento voterà la legge ed il governo emanerà i decreti attuativi per una misura per la quale tanto la legge di bilancio quanto il maxi-emendamento di questi giorni si limitano a stanziare le risorse. In questo senso, il problema, anche per i mercati, non sembrerebbe essere tanto quello che il governo fa, quanto quello che non fa, o rimanda a un futuro indeterminato. Una manovra priva di carattere, dunque, che rischia di scontentare tutti. Non c’è una patrimoniale, è ovvio, ma non c’è nemmeno un taglio delle imposte che sia degno di questo nome. Il condono fiscale? Sostanzialmente non esiste nemmeno quello. Come se non bastasse, le settimane – sembrano anni – di lotta contro l’Unione Europea hanno prodotto un risultato ancora più singolare. Questa sarà la prima legge di bilancio che il governo italiano scrive in così stretta collaborazione con la Commissione; non proprio sotto dettatura… quasi!. Una sconfitta per l’Italia. Insomma, come spesso accade, il presagio è duplice e ingannatore: Creso, confortato dalle parole dell’oracolo, mosse guerra alla Persia e perse. Distrusse un grande Impero, il suo.

Non è chiaro quale “impero” stia cercando di distruggere l’attuale maggioranza. Se l’Europa, oppure l’Italia.

Speriamo né l’una e né l’altra.