marina

“Il libro delle pagine bianche che le avevo regalato mi ha fatto compagnia per tutti questi anni. Le sue parole saranno le mie. (…) A volte dubito della mia memoria e mi chiedo se non finirò per ricordare solo quello che non è mai accaduto. Marina ti sei portata via tutte le risposte”.

Come il ritmo costante di un pendolo, tutta la narrazione del romanzo “Marina” oscilla in un binomio rappresentativo di tempo e memoria, che nella finzione dell’opera sono come due perfetti complici che camminano in parallelo – mentre troppo spesso nella realtà, acerrimi nemici.

Un tempo che logora i ricordi che ci sforziamo di tenere a galla, per paura che il suo ticchettio inesorabile possa cancellarli; invece altre volte è un amico rassicurante, che invochiamo per guarire le ferite ma che tuttavia, “come un oceano” ineluttabile ci restituisce davanti tutto quello che pensiamo di aver seppellito in una sorta di cimitero di ricordi apparentemente dimenticati.

Ma in questo romanzo Tempo e Memoria sono amici, come lo sono i protagonisti Oscar e Marina, allontanati brutalmente da un destino che troppo spesso separa due anime affini. Non a caso, sarà il furto di un orologio d’oro del papà della fanciulla, Germán, e il senso di rimorso di Oscar, che lo riporteranno a percorrere il sentiero verso la villa di Marina. Quest’ultima diventa la culla di un amore platonico – quasi dantesco – e il punto di partenza di una serie di intrighi tipici di Zafòn, ma mai banali. Tutto ciò porterà i due amici ad imbattersi in quello che sarà un fantasma per tutta la narrazione – Michail Kolvenik – e a svelare l’enigma simbolico della farfalla nera.

Un paese della memoria quello di Zafòn (nella scrittura della storia ormai trentenne), che egli non vuole abbandonare, come se rivedesse in Oscar il suo alterego, e che fa riaffiorare con costanza – in una narrazione ai limiti del fiabesco – trasportandoci nelle strade della sua città: una Barcellona tetra e malinconica, spettrale e misteriosa, che sfata il cliché odierno della città solare e piena di vita che ci viene ritratta.

Zafòn ci da la possibilità di viaggiare a ritroso nel tempo, in un flashback adolescenziale, ricordando le tappe di un amore che Luigi Tenco avrebbe definito ormai troppo lontano. Qualcuno che rimane attaccato alle pareti della tua mente, un ostaggio del passato che rimane presente nel tuo ricordo personale, totalmente astratto ma che a volte hai quasi la voglia e la percezione di poter toccare di nuovo. Marina ha quasi il sapore amaro di un addio, un foglio bianco su cui scrivere risposte che il tempo invece, acerrimo nemico, non può più darti.