5 motivi per vedere “Café Society” di Woody Allen

Il nuovo film di Woody Allen è al cinema. Va visto per ridere, riflettere, compartecipare o criticare. Per gustarsi l'opera di un grande cineasta.

John Minihan/Evening Standard/Getty Images

In modo tale da non creare fraintendimenti risulta necessaria una premessa. Questo articolo non contiene un’analisi critica della nuova opera cinematografica di Woody Allen, bensì alcune valide ragioni per cui vale la pena, a priori, trascorrere un’ora e mezza del vostro tempo di fronte ad uno schermo per ridere, riflettere, compartecipare o criticare, ma in ogni caso gustarsi questo film (appena uscito) di uno dei più grandi cineasti viventi.

Woody Allen. Per gli amanti del regista e sceneggiatore statunitense, è sufficiente che ci sia lui in cabina di regia perché valga la pena vedere un film. In fondo, tutte le opere concepite dal suo genio sono fra loro indissolubilmente collegate da una sottile linea rossa, che fa trapelare i suoi caratteri distintivi sempre e comunque, anche nei prodotti meno riusciti. Gli eleganti dialoghi di sapore wildiano, la satira sociale, l’ironia nel trattare tematiche anche seriose, gli aforismi paradossalmente geniali, le macchiette a loro modo brillanti ma inevitabilmente goffe e comiche, gli spunti di matrice filosofico-esistenziale. Probabilmente Allen possiede una marcia in più rispetto ad altri colossi del mondo del cinema proprio per questo: ogni film lascia qualcosa nello spettatore, emerge sempre quel tratto distintivo per cui chi ama Woody Allen, lo ama sempre. E questo accade perché oltre a dirigere i propri lavori, ne scrive anche la sceneggiatura, ambito in cui appare maggiormente rilevante il suo contributo artistico.

Le tematiche. Woody Allen può essere definito impareggiabile nella versatilità, nella commistione di generi, nella capacità di trattare tematiche melodrammatiche con l’incombenza di un elemento salace, di una battuta brillante, di una pungente ironia che attraversa – come una spada di Damocle – anche le sequenze in cui prevale la suspense o la riflessione filosofica. E allora è proprio quella commedia romantica la massima espressione della sua arte, in cui troviamo la comicità che lo contraddistingue e allo stesso tempo l’amore, tematica centrale dell’intera opera di Allen.

La continuità con la sua produzione. Café Society si propone dunque come elemento di continuità con quelle storie che raccontano un amore impossibile o non corrisposto, tormentato o incomprensibile, frequenti nelle opere precedenti, in cui alla fine lo spettatore rimane con un sorriso amaro stampato sul volto.

“E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete, quella dove uno va dallo psichiatra e dice: ‘Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina’, e il dottore gli dice: ‘perché non lo interna?’, e quello risponde: ‘e poi a me le uova chi me le fa?’. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm, e pazzi, e assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova”

Emblematico l’epilogo di Io e Annie, capolavoro senza tempo, in cui ancora una volta la comicità diviene strumento d’indagine e di esplicazione della realtà circostante.

Gli interpreti. Woody Allen, tra le altre cose, ha il merito di dirigere gli attori in maniera impeccabile (il più delle volte), in modo tale da farli sentire a proprio agio sulla scena e da farli apparire naturali sullo schermo. In precedenza, era lui stesso ad incarnare i suoi personaggi, quelli macchiettati, mettendo al suo fianco, spesso, quelle che erano le sue partner nella vita (Diane Keaton prima, Mia Farrow poi). E in ogni caso è stato capace di scoprire talenti (Scarlette Johansson, Diane West), assegnare parti inconsuete a determinati attori di successo (Owen Wilson in Midnight in Paris, Sean Penn in Accordi e disaccordi, Hugh Jackman in Scoop), valorizzare interpreti ancora incompresi (Larry David, Penelope Cruz, Mia Farrow) e consacrarne altri in maniera definitiva (Michael Caine, Diane Keaton, Cate Blanchett). Dunque risulterà interessante anche analizzare l’operato di Jesse Eisenberg (che ha già lavorato con il regista di origini ebraiche in To Rome with Love), Steve Carrel (nominato all’Oscar per Foxcatcher), Kristen Stewart (nota per la parte in Twilight) e Blake Lively (Gossip girl), tutti e quattro accomunati da una discreta notorietà ma non ancora consacrati definitivamente, chi per giovinezza, chi per interpretazioni mai particolarmente impegnate, chi per ambedue le ragioni. Che questo film sia il trampolino di lancio per uno o più di loro?

Perché no? In conclusione, non si può non consigliare la visione di un film che ha tutti i presupposti per divertire, fornire spunti di riflessione e far impiegare un’ora e mezza del proprio tempo in maniera costruttiva. Perché in fondo il cinema è innanzitutto svago, un passatempo che spesso può aprirci la mente e insegnarci qualcosa di nuovo. Non deve per forza trattarsi di un capolavoro. Basta che funzioni.